Ognuno ha i suoi lacci… al teatro Bellini

“Cordoncino adoperato per l’unione di due parti corrispondenti”. Questa è una delle prime definizioni che ci rimanda internet quando digitiamo la parola “lacci”. Secondo tale assunto, si potrà quindi intendere per “lacci” quelli che uniscono qualsiasi cosa o persona, ma anche concetto. Lacci materiali, e lacci immateriali. Lacci come cordoni ombelicali, lacci come convenzioni, come pregiudizi, come preconcetti, lacci come cappio,  come catene, come fede al dito, come religione, orientamento politico, sentimento, lacci come famiglia, come responsabilità, come figli.

Lacci che ci legano ai figli. Lacci che stringono e ci fanno sentire in gabbia, lacci che tirano da una parte e dall’altra e fanno male. O semplicemente lacci delle scarpe.

Quest’ultimo riferimento, che è il più semplice con il quale intendere il termine, trova un riscontro abbastanza “poetico” nell’ultimo spettacolo di Domenico Starnone, interpretato da Silvio Orlando, dal titolo, appunto, “Lacci”.

La trama non è semplice e la regia non la struttura in modo che fin dall’inizio sia tutto chiaro: un gioco che incuriosisce lo spettatore e lo tiene attento per tutti i 110 minuti dello spettacolo, atto unico senza intervallo.

A questa attenzione contribuisce il dato che gli argomenti principali e i messaggi del testo, si evincono chiaramente fin da subito:

Di che si parla? Di emozioni e di tipi umani e sociali, materia del teatro.

Precisamente, in questo caso, di rabbia, di dolore, di frustrazione, frutti di un vile abbandono ma anche dalla monotonia di una vita che sembra trascorrere in convenzioni sociali standardizzate. L’amore è una fase della vita, come la giovinezza: inizia, e finisce. Questo è un dato di fatto.

Dove fuggire allora?  Nella leggerezza di un nuovo amore, un amore giovane, frizzante e brioso. E le responsabilità? La famiglia? I figli? Lacci. Lacci tediosi che vanno sciolti. Pesi che trascinano alcuni caratteri più egoisti  o  indipendenti verso il basso, fino a quasi annegare.

A questo punto, quindi, entra in campo la sopravvivenza: scappare, per non soccombere in una condizione che ci va stretta, e distruggere l’altro, se non la pensa come noi, o spegnersi d’infelicità lentamente per mantenere in piedi convenzioni nelle quali non vediamo più del sentimento?

E in qualsiasi caso, quali saranno le conseguenze del dolore, di tutto questo dolore che ci si cova dentro o ci si lascia alle spalle?

Figli traumatizzati che riversano le loro paure nei modi più distorti di condurre la vita, la carriera, i rapporti e le relazioni interpersonali di qualsiasi tipo, coppie che si trascinano per decenni restando insieme ma senza amarsi, torturandosi a vicenda e cercando di distruggersi, per vedere chi molla per primo. Non più un matrimonio, ma una lotta a chi la spunta: disistima, disarmonia, tradimenti, menzogne, anche cattiverie.

Il dolore ci perseguita, ci entra dentro e ci cambia profondamente. Se si trasforma in rancore, probabilmente ci accompagnerà fino alla morte. Allora è lecita la domanda. Perché? Perché vivere quel soffio di vita che ci è concesso imbrigliandoci in storie, rapporti o situazioni che ci rendono infelici? D’altro canto, è poi tanto giusto inseguire la propria felicità,  sciogliendo ogni laccio con chi ci ama, relegandolo all’indifferenza e alla non curanza? Tutto questo è fonte di enorme caos, ben rappresentato scenicamente da una sorta di implosione dell’appartamento dal forte impatto drammatico e simbolico.

Eccole, le chiavi di lettura con cui assistere allo spettacolo, in scena dal 6 all’ 11 dicembre 2016, al teatro Bellini di Napoli.

Letizia Laezza
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Lacci in scena al Bellini

Oggi parliamo di una interessante teatrale portata in scena da Silvio Orlando, Lacci. Un saggio dice che: “Se due sistemi interagiscono una volta, e si crea un forte legame tra di essi, una volta messi a distanza questi continueranno ad influenzarsi a vicenda“.

Questi sono i lacci, dell’amore e dell’amicizia vera che sono andati in scena al Teatro Bellini di Napoli.

Lacci

Si tratta di una storia e una radiografia di quei fili invisibili che legano le persone le une alle altre, anche quando ci si separa fisicamente. “Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie”. Si apre così la lettera che Vanda scrive al marito che se n’è andato di casa, lasciandola in preda a una tempesta di rabbia impotente e domande che non trovano risposta.

Si racconta di un matrimonio che si spezza, le ferita indelebili, le attese, le sconfitte, i ripensamenti di un amore e le sue conseguenze.

Sposatisi giovanissimi, per desiderio d’indipendenza, i due si ritrovano dopo anni con la sensazione di non essersi realizzati. Lui si è innamorato di un’altra e vive a Roma, lei a Napoli con i figli.. Cosa siamo disposti a sacrificare per essere liberi, cosa perdiamo se torniamo sui nostri passi.

Domenico Starnone ci regala una storia emozionante e fortissima, il racconto magistrale di una fuga, di un ritorno, di tutti i fallimenti, quelli che ci sembrano insuperabili e quelli che ci fanno compagnia per una vita intera. Perché niente è più radicale dell’abbandono, ma niente è più tenace di quei lacci invisibili che legano le persone le une alle altre.

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Imbrigliati nel fantasma ‘mitico’ della famiglia

di Maria Laura Tangorra

<< Se io mi ci metto, te la faccio pagare >> dice Vanda (una Vanessa Scalera assolutamente in parte) in ”Lacci”, per la regia di Armando Pugliese. Potremmo tranquillamente affermare che già il titolo di questo spettacolo è parlante. Bastano i primissimi minuti per avvertire quanto livore e risentimento possa esserci nell’abbandono e/o nella separazione. La donna vomita tutto ciò che è stato in una lettera (nel romanzo omonimo da cui è tratto, scritto da Domenico Starnone), resa in scena come se fosse un soliloquio di fronte al ”fantasma” del marito Aldo (un Silvio Orlando che gli dà volto come ben sa fare). Forse fin dalla cosiddetta notte dei tempi, la letteratura e l’arte non hanno avuto timore di mostrare le disfunzioni all’interno del nucleo famigliare; d’altro canto, però, in particolare la pubblicità ci ha propugnato l’immagine della famiglia felice. I nostri palchi, oltre ai classici, son tornati a buttare in faccia la realtà (passateci l’espressione) anche grazie alla drammaturgia contemporanea, basti pensare a ”Il dio della carneficina” di Yasmina Reza o ”Provando… dobbiamo parlare” scritto da Sergio Rubini con alcuni collaboratori storici. Cosa vuol dire relazionarsi con un altro di cui ci si sente innamorati? Dopo anni cosa accade? E il per sempre esiste ancora o è semplicemente una chimera? Sono solo alcune delle domande che affastellano la vita di ognuno e che il teatro (in questo caso) esplicita, costringendoci a fare i conti.
Christian Raimo, parlando del romanzo di Starnone, l’ha definito una tragicommedia del rimatrimonio. Non vogliamo togliere il gusto di scoprire alcuni passaggi a chi non avesse letto il libro e non conoscesse in dettaglio la storia. Vi basti sapere che l’uomo lascia sua moglie per una diciannovenne e ascoltiamo il tutto prima mediante lo sguardo e le parole come pugnali di Vanda, abile anche nel rendere, tra le righe, il contesto sociale e culturale di allora (siamo a Napoli negli Anni ’70). Dopo quarant’anni dall’accaduto, li ritroviamo, esiste una casa a Roma. Ascoltiamo l’ottica di ‘lui’, fino ad arrivare a un altro tassello sul modo di essere e vivere la coppia offerto, nello specifico, dalla figlia Anna (Maria Laura Rondanini). << Ho pensato a questo lavoro come all’esecuzione di una sinfonia, che si struttura in cinque movimenti, che a loro volta contengono al loro interno un variabile numero di variazioni. E il contenuto del romanzo mi ha suggerito l’idea di una sinfonia del dolore, del dolore perché questa storia ci parla di un carico di sofferenza che da una generazione si proietta su quella successiva con il suo bagaglio di errori, infingimenti, viltà, abbandoni, dolore appunto. Proprio perché ci muoviamo in ambito borghese, non si tratta di una tragedia generazionale, ma di un dramma generazionale, quello sì. I figli si affacciano a presentare il conto a chi li ha preceduti >> (dalle note di regia) e questo è un tassello importante nella quadratura del cerchio che riesce, comunque, a lasciare una sensazione di sospensione, accompagnata da un grande amaro in bocca. Nella stessa recitazione, la resa dei figli della coppia da adulti (Sergio Romano nel ruolo di Sandro) è caricata di un’enfasi particolare, che, purtroppo, a tratti rende i due personaggi meno realistici rispetto a una scrittura che, invece, sa essere lucido specchio del matrimonio e della famiglia.
Le scene di Roberto Crea e le luci di Gaetano La Mela coadiuvano molto le interpretazioni attoriali nel trasmettere, simbolicamente e non, quello che è il paesaggio interiore dei protagonisti. Il ritmo narrativo, però, acquista più accelerazione nella seconda parte della pièce. La prima ci è risultata un po’ più ”seduta”, forse, volutamente, quasi a voler comunicare ulteriormente quanto si possa rimanere seduti sulle proprie posizioni, nel non ascolto, proprio come può capitare in una coppia.
Non era facile restituire in scena la sconnessione dei piani temporali e anche gli intrecci e i lacci narrativi, su questo aspetto si può dire che l’impresa sia riuscita.
In ”Lacci” viene sviscerato come lo stare insieme significhi adeguarsi e accogliere l’altro reciprocamente, qual è, però, il limite oltre cui si diventa solo delle ”maschere” per dei ruoli costruiti ad hoc?
A ciascuno, nel proprio bozzolo, l’ardua sentenza.

Visto al Teatro Franco Parenti di Milano dov’è stato in scena dal 13 al 18 dicembre 2016, ”Lacci” prosegue la sua tournée fino a febbraio 2017, toccando anche Mestre, Imola e Roma.

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Lacci – recensione di dramma.it

Scritto da Daniele Stefanoni.

 

Interno alto borghese, boiserie alle pareti e tanti libri in ordine. Vanda è disperata, scrive al marito lettere struggenti in seguito al suo allontanamento con una ragazza molto più giovane. Le lettere si susseguono impetuose, in un vortice di rabbia, dolore, fatica del vivere e difficoltà economiche nel mandare avanti la casa da sola coi figli. Poi la prospettiva cambia, salto cronologico ed emotivo: tocca ad Aldo (Silvio Orlando) mettere in scena la sua dolorosa esperienza del matrimonio, immerso in una rete di lacci assillanti che non lasciano scampo. Al Teatro Franco Parenti di Milano (via Pier Lombardo 14) va in scena “Lacci” fino al 18 dicembre, tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone, per la

regia di Armando Pugliese.
Un matrimonio che naufraga, certamente. Ma ciò che rende mirabile questa narrazione è il sottile gioco di prospettive, che rende ogni personaggio vittima e carnefice al contempo. L’amore non c’è più, ognuno cerca di trovare una forma di equilibrio, finché una sera Aldo e Vanda rincasano e trovano l’appartamento sottosopra. Sono arrivati i ladri, verrebbe da pensare, ma non hanno rubato nulla eccetto alcune fotografie gelosamente custodite in una scatola chiusa ermeticamente. Aldo comincia un racconto appassionato all’amico che lo ha raggiunto, le fotografie rievocano un amore passato che è ancora vivo, una passione che è stata una via di fuga dal matrimonio, una liaison che richiamava al cuore la leggerezza e il gioco. Aldo e Vanda sono stati lontani alcuni anni, in passato, tanto tempo fa. L’una a Napoli con i figli, l’altro a Roma con l’amante. Ma poi la routine è subentrata prepotentemente – di nuovo – nelle loro vite. La coppia si è riunita, le frustrazioni hanno continuato a covare sotto la cenere, la vicinanza ha celato sempre più la lontananza dei cuori. E poi ci sono loro, i figli, cui tocca un nuovo punto di vista. Nuovo salto temporale, nuova storia. I due ragazzi, ormai adulti, si odiano. L’incarico di controllare la casa dei genitori, assenti per qualche giorno, fa sì che si ritrovino soli, in quella casa da cui si sono allontanati così rabbiosamente anni prima. La rabbia si sfoga, i segreti mai raccontati vengono ora svelati, le foto di quell’amore nascosto da Aldo vengono fuori e tutto esplode violentemente. Libri scagliati e mobili rovesciati, la casa ridotta un delirio di rivincita.
Una storia dolorosa e apparentemente senza redenzione, ben trasformata in una pièce teatrale in cui il bravissimo Orlando sa rendere l’appesantimento anche fisico della prigione famigliare. Sullo sfondo una sola via d’uscita, la rottura di quei lacci che ci imbrigliano e la scoperta dell’autenticità.

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