Diderot, filosofo critico sociale, secondo Orlando

Posted on novembre 8, 2014

Diderot, filosofo critico sociale, secondo Orlando
La recensione di Luca Di Tommaso

Quando Denis Diderot, filosofo tra i fondatori dell’illuminismo europeo, scrisse “Le nouveau de Rameau”, lo fece pensando alla sua società e a ciò che il sistema morale in essa vigente andava riflettuto. E’ sorprendente quanto oggi Silvio Orlando, nell’adattamento del testo realizzato insieme a Edoardo Erba e nella regia da lui stesso proposta alla scena italiana, riesca a renderlo attuale.
O forse non è così. Forse è il testo stesso ad essere così universale da toccarci immediatamente quando lo vediamo riadattato e messo in scena ai nostri giorni.
Comunque, tutti gli onori del caso vanno tributati a Orlando. Non solo per aver compiuto un adattamento digeribile a un pubblico sempre più abituato al ritmo frenetico dello zapping, e che quindi avrebbe difficilmente sostenuto 150 pagine di dialogo filosofico di difficile teatralizzazione, ma anche perchè Diderot mancava dalle nostre scene dall’inizio degli anni ’90. Quando si pensa al Settecento teatrale, sono altri i nomi che siamo abituati ad evocare: Goldoni, ad esempio. Ed invece, quanta ricchezza di riflessione e potenziale divertimento può serbare un testo  di teatro filosofico come questo.

La storia è scarna, la dinamica teatrale non è delle più avvincenti. Un filosofo in scena, che alla fine scopriamo essere Diderot stesso, ben interpretato da Amerigo Fontani,  racconta del suo incontro con tale Rameau, il nipote del famoso musicista Jean-Philippe, interpretato con grande estro da Silvio Orlando. Il dialogo avviene in osteria, graziosamente abitata da una cameriera, interpretata da Maria Laura Rondanini, e dove il parassita  ordina da bere a spese del pensatore. Il racconto introduce l’azione e torna periodicamente ad interromperla, secondo la lezione del dentro/fuori, presente/passato che abbiamo appreso da Brecht.
Quello cui assistiamo è un dialogo tra due individui se possibile opposti, come se Diderot avesse voluto creare per se stesso un bastian contrario perfettamente simmetrico al proprio ritratto. Questo Rameau, a differenza dello zio che ha avuto un tale successo, non è considerato da nessuno, se non da qualche ricco signore che lo accoglie come parassita cortigiano nella sua casa, per trarne spasso durante i ricevimenti, come da un fenomeno da baraccone. Orlando fa del personaggio una specie di eterno ubriaco, infatti il movimento sulla scena, deliziosamente accompagnato dal clavicembalo di Luca Testa, è dato soprattutto dallo squilibrio fisico, oltre che morale, di questo carattere.
La conversazione tocca tutti i punti più cari alla tradizione filosofica illuminista: il genio, la virtù, la verità, l’ordine del mondo, la politica. La cornice dialettica è la filosofia morale, il bene e il male i valori ultimi in gioco. Ma mentre il personaggio del filosofo si fa portatore di tutto il benpensare dotto del tempo (che è ancora in gran parte il nostro d’oggi), questo avanzo d’immoralità, o forse d’amoralità, che è Rameau, questo sputo di società che appare distorto nel moto corporeo e nella mimica facciale da un Orlando che non si vergogna, talvolta, di apparire mostruoso, brandisce una morale che definirei sistematicamente sismica.
Diderot propone la verità, Rameau elogia la bugia. Il filosofo loda il genio, il buffone innalza la mediocrità, e così via, secondo una coerenza di pensiero che mette il pensatore alle strette e fa apparire l’altro, oltre che più simpatico, retoricamente e cognitivamente superiore. Continuamente provocando nel pensiero “politically correct” crepe e spaccature da terremoto.
Ma com’è possibile? Perchè? Perchè Diderot, fondatore dell’illuminismo, maestro di morale, mette in scena un personaggio negativo in questo modo?
La strategia, che Orlando coglie in profondità e traduce brillantemente in scena, è quella della satira sociale. Mostrando, esibento, ostentando la negatività di un personaggio, la negatività della società che lo include risulta magnificata e messa a nudo. Rameau infatti si professa rappresentante tipico del mondo in cui vive, a dispetto delle iperuraniche rislessioni sul migliore dei mondi possibili o sulla virtù in un universo ordinato. Così, in definitiva, il contrasto fondamentale tra i due personaggi, a monte di tutti gli argomenti che la loro dialettica viene a toccare, si rivela essere quello tra due approcci al pensiero e all’esistenza: uno più idealista ed intellettualista, l’altro più concreto e realista. Come dire, l’uno è virtuoso per aspirazione, l’altro è vizioso per necessità.
“Se i maestri di morale ne sapessero veramente qualcosa, non la insegnerebbero! Filosofia, matematica, morale, sono inutili in una società come la nostra”. Ti ritrovi pezzente e bastonato. Tanto vale educare sin da subito i più piccoli alle arti pantomimiche della vita sociale. “E’ tutta questione di posizioni: chi chiede, chi concede, chi adula, chi lecca…”. Meglio abituarsi al balletto quanto prima e quanto meglio.
Non che debba derivarne un elogio del vizio e dell’ignoranza, evidentemente. Tanto più che a pensarci bene, questo malpensante coltivatore del male, è in verità più onesto di tutti gli altri. Perchè mentre gli altri continuano la pantomima senza ammetterlo, Rameau lo dichiara addirittura. Così, la sua negatività si ribalta in positività: come Socrate un tempo fu più sapeinte perchè seppe almeno di non saper nulla, oggi Rameau è più onesto perchè ammette almeno di essere ipocrita.
Ne risulta non solo un quadro nero della società dell’epoca (e della nostra di riflesso), ma anche una potente messa in crisi del pensiero filosofico campato in aria, ignaro delle contraddizioni del sociale. Tirare coi piedi a terra la filosofia, fondarla su una sociologia, è finalmente necesario.
Da questo punto di vista, il Diderot personaggio appare radicalmente diverso dal Diderot drammaturgo. Quest’ultimo si serve della propria silouhette scenica per rivelarne la mediocrità, come a dire: la filosofia senza una concreta osservazione del proprio presente, la riflessione sull’idealità senza una concreta riflessione sulla materialità, non ha senso.
Così, se la regia di Orlando non si può dire proprio il non plus ultra dell’estro immaginativo, si può senza dubbio lodare per la sua secchezza ed il suo brio, che hanno il pregio di far apparire in tutta la sua attualità, con allusioni continue al nostro contesto (complice la bassa statura che il regista condivide con personaggi di spicco del nostro panorama socio-politico), la contraddittorietà necessaria ad ogni pensiero maturo. In particolare, appaiono indovinati i giochi di luce che esaltano l’alternanza epica tra il dentro e il fuori, la spinta grottesca della mimica facciale di Orlando, le sue intenzioni prepotentemente satiriche nella versione del “fannullone libertino” che si trova ad incarnare.
Ecco come la lezione di un Brecht, che probabilmente fu debitore non solo, com’è noto, dei precetti recitativi del Paradosso dell’attore ma anche, meno banalmente, di questi testi satirici di Diderot, ecco come la tradizione di un teatro critico, istruttivo e divertente, può essere recuperata oggi senza impiegare necessariamente centinaia di migliaia di euro per produrre un allestimento che, alla fin fine, si potrebbe rivelare criticamente sterile, nonostante i nomi di rilievo che vi si potrebbero includere.

Visto il 11/12/2012 a Napoli (Na) Teatro: Nuovo