Imbrigliati nel fantasma ‘mitico’ della famiglia

Posted on gennaio 5, 2017

di Maria Laura Tangorra

<< Se io mi ci metto, te la faccio pagare >> dice Vanda (una Vanessa Scalera assolutamente in parte) in ”Lacci”, per la regia di Armando Pugliese. Potremmo tranquillamente affermare che già il titolo di questo spettacolo è parlante. Bastano i primissimi minuti per avvertire quanto livore e risentimento possa esserci nell’abbandono e/o nella separazione. La donna vomita tutto ciò che è stato in una lettera (nel romanzo omonimo da cui è tratto, scritto da Domenico Starnone), resa in scena come se fosse un soliloquio di fronte al ”fantasma” del marito Aldo (un Silvio Orlando che gli dà volto come ben sa fare). Forse fin dalla cosiddetta notte dei tempi, la letteratura e l’arte non hanno avuto timore di mostrare le disfunzioni all’interno del nucleo famigliare; d’altro canto, però, in particolare la pubblicità ci ha propugnato l’immagine della famiglia felice. I nostri palchi, oltre ai classici, son tornati a buttare in faccia la realtà (passateci l’espressione) anche grazie alla drammaturgia contemporanea, basti pensare a ”Il dio della carneficina” di Yasmina Reza o ”Provando… dobbiamo parlare” scritto da Sergio Rubini con alcuni collaboratori storici. Cosa vuol dire relazionarsi con un altro di cui ci si sente innamorati? Dopo anni cosa accade? E il per sempre esiste ancora o è semplicemente una chimera? Sono solo alcune delle domande che affastellano la vita di ognuno e che il teatro (in questo caso) esplicita, costringendoci a fare i conti.
Christian Raimo, parlando del romanzo di Starnone, l’ha definito una tragicommedia del rimatrimonio. Non vogliamo togliere il gusto di scoprire alcuni passaggi a chi non avesse letto il libro e non conoscesse in dettaglio la storia. Vi basti sapere che l’uomo lascia sua moglie per una diciannovenne e ascoltiamo il tutto prima mediante lo sguardo e le parole come pugnali di Vanda, abile anche nel rendere, tra le righe, il contesto sociale e culturale di allora (siamo a Napoli negli Anni ’70). Dopo quarant’anni dall’accaduto, li ritroviamo, esiste una casa a Roma. Ascoltiamo l’ottica di ‘lui’, fino ad arrivare a un altro tassello sul modo di essere e vivere la coppia offerto, nello specifico, dalla figlia Anna (Maria Laura Rondanini). << Ho pensato a questo lavoro come all’esecuzione di una sinfonia, che si struttura in cinque movimenti, che a loro volta contengono al loro interno un variabile numero di variazioni. E il contenuto del romanzo mi ha suggerito l’idea di una sinfonia del dolore, del dolore perché questa storia ci parla di un carico di sofferenza che da una generazione si proietta su quella successiva con il suo bagaglio di errori, infingimenti, viltà, abbandoni, dolore appunto. Proprio perché ci muoviamo in ambito borghese, non si tratta di una tragedia generazionale, ma di un dramma generazionale, quello sì. I figli si affacciano a presentare il conto a chi li ha preceduti >> (dalle note di regia) e questo è un tassello importante nella quadratura del cerchio che riesce, comunque, a lasciare una sensazione di sospensione, accompagnata da un grande amaro in bocca. Nella stessa recitazione, la resa dei figli della coppia da adulti (Sergio Romano nel ruolo di Sandro) è caricata di un’enfasi particolare, che, purtroppo, a tratti rende i due personaggi meno realistici rispetto a una scrittura che, invece, sa essere lucido specchio del matrimonio e della famiglia.
Le scene di Roberto Crea e le luci di Gaetano La Mela coadiuvano molto le interpretazioni attoriali nel trasmettere, simbolicamente e non, quello che è il paesaggio interiore dei protagonisti. Il ritmo narrativo, però, acquista più accelerazione nella seconda parte della pièce. La prima ci è risultata un po’ più ”seduta”, forse, volutamente, quasi a voler comunicare ulteriormente quanto si possa rimanere seduti sulle proprie posizioni, nel non ascolto, proprio come può capitare in una coppia.
Non era facile restituire in scena la sconnessione dei piani temporali e anche gli intrecci e i lacci narrativi, su questo aspetto si può dire che l’impresa sia riuscita.
In ”Lacci” viene sviscerato come lo stare insieme significhi adeguarsi e accogliere l’altro reciprocamente, qual è, però, il limite oltre cui si diventa solo delle ”maschere” per dei ruoli costruiti ad hoc?
A ciascuno, nel proprio bozzolo, l’ardua sentenza.

Visto al Teatro Franco Parenti di Milano dov’è stato in scena dal 13 al 18 dicembre 2016, ”Lacci” prosegue la sua tournée fino a febbraio 2017, toccando anche Mestre, Imola e Roma.