Ognuno ha i suoi lacci… al teatro Bellini

Posted on gennaio 5, 2017

“Cordoncino adoperato per l’unione di due parti corrispondenti”. Questa è una delle prime definizioni che ci rimanda internet quando digitiamo la parola “lacci”. Secondo tale assunto, si potrà quindi intendere per “lacci” quelli che uniscono qualsiasi cosa o persona, ma anche concetto. Lacci materiali, e lacci immateriali. Lacci come cordoni ombelicali, lacci come convenzioni, come pregiudizi, come preconcetti, lacci come cappio,  come catene, come fede al dito, come religione, orientamento politico, sentimento, lacci come famiglia, come responsabilità, come figli.

Lacci che ci legano ai figli. Lacci che stringono e ci fanno sentire in gabbia, lacci che tirano da una parte e dall’altra e fanno male. O semplicemente lacci delle scarpe.

Quest’ultimo riferimento, che è il più semplice con il quale intendere il termine, trova un riscontro abbastanza “poetico” nell’ultimo spettacolo di Domenico Starnone, interpretato da Silvio Orlando, dal titolo, appunto, “Lacci”.

La trama non è semplice e la regia non la struttura in modo che fin dall’inizio sia tutto chiaro: un gioco che incuriosisce lo spettatore e lo tiene attento per tutti i 110 minuti dello spettacolo, atto unico senza intervallo.

A questa attenzione contribuisce il dato che gli argomenti principali e i messaggi del testo, si evincono chiaramente fin da subito:

Di che si parla? Di emozioni e di tipi umani e sociali, materia del teatro.

Precisamente, in questo caso, di rabbia, di dolore, di frustrazione, frutti di un vile abbandono ma anche dalla monotonia di una vita che sembra trascorrere in convenzioni sociali standardizzate. L’amore è una fase della vita, come la giovinezza: inizia, e finisce. Questo è un dato di fatto.

Dove fuggire allora?  Nella leggerezza di un nuovo amore, un amore giovane, frizzante e brioso. E le responsabilità? La famiglia? I figli? Lacci. Lacci tediosi che vanno sciolti. Pesi che trascinano alcuni caratteri più egoisti  o  indipendenti verso il basso, fino a quasi annegare.

A questo punto, quindi, entra in campo la sopravvivenza: scappare, per non soccombere in una condizione che ci va stretta, e distruggere l’altro, se non la pensa come noi, o spegnersi d’infelicità lentamente per mantenere in piedi convenzioni nelle quali non vediamo più del sentimento?

E in qualsiasi caso, quali saranno le conseguenze del dolore, di tutto questo dolore che ci si cova dentro o ci si lascia alle spalle?

Figli traumatizzati che riversano le loro paure nei modi più distorti di condurre la vita, la carriera, i rapporti e le relazioni interpersonali di qualsiasi tipo, coppie che si trascinano per decenni restando insieme ma senza amarsi, torturandosi a vicenda e cercando di distruggersi, per vedere chi molla per primo. Non più un matrimonio, ma una lotta a chi la spunta: disistima, disarmonia, tradimenti, menzogne, anche cattiverie.

Il dolore ci perseguita, ci entra dentro e ci cambia profondamente. Se si trasforma in rancore, probabilmente ci accompagnerà fino alla morte. Allora è lecita la domanda. Perché? Perché vivere quel soffio di vita che ci è concesso imbrigliandoci in storie, rapporti o situazioni che ci rendono infelici? D’altro canto, è poi tanto giusto inseguire la propria felicità,  sciogliendo ogni laccio con chi ci ama, relegandolo all’indifferenza e alla non curanza? Tutto questo è fonte di enorme caos, ben rappresentato scenicamente da una sorta di implosione dell’appartamento dal forte impatto drammatico e simbolico.

Eccole, le chiavi di lettura con cui assistere allo spettacolo, in scena dal 6 all’ 11 dicembre 2016, al teatro Bellini di Napoli.

Letizia Laezza